C’era una volta in un piccolo paesino scozzese una bimba di nome Susan. Non era una bimba come tutte le altre. Madre Natura, colpita da un fremito d’ira a causa della vanità dell’uomo, le fece un dono, un dono particolare, visibile solo a coloro che avrebbero creduto alla sua bellezza. Erano corde che crescevano in un campo incantato, coltivato da giovani ninfe agresti. Luccicavano alla luce del sole e sfiorate dai suoi raggi, producevano una melodia inebriante. Era un regalo che la Natura si riservava di fare solo a cuori puri e virtuosi, nascondendole nel collo delle persone elette. Per evitare che fossero profanate dall’ingordigia dell’uomo, rese Susan inguardabile agli occhi. Al posto delle gambe e delle braccia, mise tronchi di quercia vecchie d’un secolo. Il corpo lo estrasse dall’argilla, in unico blocco, senza lavorarlo. I piedi e le mani sembravano grossi ragni. I capelli e le sopracciglia, furono strappati da alcuni cespugli d’erbacce incolte e gli occhi, erano due piccole fessure che appena si aprivano, in modo tale che nessun spirito profano potesse accedere all’animo della piccola Susan. Il collo infine, dov’erano poste le corde dorate, era talmente grosso che sembravano due. La piccola Susan ebbe un’infanzia infelice. Tutti la conoscevano come la “gobba scozzese”. Era derisa da tutte le sue compagne di scuola e nessun ragazzo le si avvicinava. L’unica amica che aveva era la mamma malata. A lei, e solo a lei, le cantava una canzone ogni sera: “I dreamed a dream” tratta da “Les Myserables” di Victor Hugo. Era un’appassionata di letteratura francese e aveva un sogno. Dopo aver messo a dormire la madre, ogni notte scrutava il cielo, cercando magari una stella che inciampasse nel buio, ascoltando Elaine Paige. Sognava di cantare in un musical. Cresceva Susan. Quanto più diveniva bella la sua voce, tanto più la bruttezza aumentava e con lei, la sua solitudine. Tutte le volte che cercava un impiego per tenere su lei e la madre malata, riceveva dei secchi “No!”, senza riuscire ad ottenere nemmeno un misero colloquio. L’unico posto dove si sentiva accettata, era la piccola chiesetta vicino casa. La malattia della madre nel frattempo si aggravava e prima di morire disse a Susan di mostrare al mondo afflitto dal peccato di vanità la sua bellezza. Il giorno del funerale, Susan cantò per lei ed entrò nel coro della chiesa. Passarono molti anni, fino a quando, accendendo la televisione, Susan capì cosa voleva dire la madre prima di morire…andate su youtube e scrivete Susan Boyle. Mi piacciono le voci, soprattutto quelle femminili. Quelle voci che ti scompigliano l’attimo, che rapiscono la tua attenzione, senza nemmeno chiederti il permesso. Sono le voci di Ella Fitzgerald, di Chavela Vargas, di Mina, di Estrella Morente e perché no, di Susan Boyle. Quelle voci, che appena cominciano a suonare, ti fan venir una voglia matta di accendere una sigaretta e fissare il vuoto. Sperando magari.