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Marted́ 07 Settembre 2010
 
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Arrivederci, caro il mio Ligabue!
Ligabue affronta le proprie paure nel suo nuovo album Arrivederci, mostro!
di Gianluca Massa
30.07.2010

 
 

Luciano Ligabue festeggia i suoi vent’anni di carriera. Sembra ieri che un giovane ragazzo di un paesino in provincia di Reggio Emilia, sconvolgesse le classifiche italiane a suon di rock. “Credo tutt'ora che il primo album di chiunque sia sempre significativo, perché è fatto con un'incoscienza che non puoi programmare, e che in seguito, inevitabilmente, perdi!” aveva dichiarato anni fa in un’intervista. Il rammarico è che aveva ragione. Il suo nuovo album Arrivederci, mostro! non è nient’altro che la brutta copia dei suoi ultimi successi, pezzi che avevano perso da tempo tutta quella grinta rock e genuina come le canzoni di Elvis che l'avevno da sempre ispirato. Sembra che i cinquant’anni del rocker emiliano pesino sulla sua verve compositiva. Così che, nell’ascoltarlo, si sente la mancanza di tutta quella rabbia che l’aveva mirabilmente ispirato negli anni ’90, che si era mescolata alle chitarre elettriche ed era diventata pura poesia. In Arrivederci, mostro! si ascolta un Ligabue piegato alle regole delle classifiche, scrivendo canzonette per adolescenti, dai testi troppo facili e molto spesso banali. L’esorcismo del titolo di liberarsi di quei mostri e fantasmi che negli anni l’hanno tormentato, lo ammorbidisce a tal punto da far sparire in primis lo spettro di ciò che era. Il primo singolo, Un colpo all’anima non fa altro che sottolineare quanto Ligabue si sia venduto alle major, a partire dall’introduzione vagamente dance fino all’andamento ammiccante del ritornello. Niente riesce a fare, Quando canterai la tua canzone che, levando il massiccio intro di chitarre, sembra essere scritta dal più ispirato Tiziano Ferro. A ben poco servono il melodioso mid-tempo de La linea sottile e il suono quasi epico delle chitarre in Atto di fede; né tanto meno convincono le chitarre trattate al limite del noise e nervosi beat elettronici in La verità è una scelta e l’amore cantato ne Il peso della valigia. A peggiorare il tutto arrivano l’accorata lettera a Francesco Guccini in Caro io Francesco, nella quale Ligabue sputa sullo star system e sullo show business del quale lui stesso è vittima, e l’inquietante quanto lentissimo racconto della tragica morte di una donna e di due bambini, uccisi per mano di un pazzo ventenne squinternato in un asilo nido in Quando mi vieni a prendere (Dendemorde 23/01/09). Promosse sia la dolcezza di Ci sei sempre stata, che Nel tempo, vent’anni d’Italia raccontati attraverso nomi e cognomi, fantasmi e miti della sua adolescenza, che si susseguono come istantanee al suono di chitarre elettriche in pieno stile U2, e la finale Il meglio deve ancora venire, un buon rock energico degno delle sue primissime composizioni. Un disco che farà felice le nuove generazioni che stasera lo venereranno al concerto allo stadio Arechi di Salerno, ma che troverà poco riscontro tra coloro che Ligabue l’hanno conosciuto ed amato ai tempi dei suoi esordi, quando bastava un po’ di sano rock’n’roll per liberarsi davvero di ogni mostro.

 
 
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