Un Orso d’oro a Montemarano

Juan Dario Bonetti tra Shakespeare, il cinema e i fratelli Taviani

    di Antonio Di Dio

Juan Dario Bonetti è mite, sorridente, prende il suo caffè in compagnia dei suoi vecchi amici, come ormai da diverse mattine da quando è libero, saluta un amico, poi un altro, mi stringe la mano, mi guarda negli occhi come a voler scorgere un perché, quel qualcosa che va al di là della nostra semplice percezione di individuo sociale, sembra scavare nell’animo con il capo chino di chi ha vissuto una vita al limite e a stento guarda in alto, perché il cielo sembra infinito e a bruciarsi le ali come Icaro è un attimo. Lo incontro in una mattina d’estate, nel bar del paese, Montemarano, dove è residente e dove sta attualmente scontando le ultime quattro settimane di arresti domiciliari che gli restano, bar che lui frequenta nelle sole due ore di libertà che gli è dato vivere almeno fuori da casa sua per questo breve periodo che lo separa dall’aver scontato qualcosa come sedici anni di carcere tra la Spagna e l’Italia. Una libertà costata molto cara, ma questa è un’altra storia, che lasciamo alle cronache dell’epoca come è giusto che sia.

Il Juan che oggi mi trovo di fronte è un uomo diverso, un uomo in cui è vivo il ricordo di un’esperienza forte come il carcere, in cui però qualcosa di nuovo e inaspettato è successo durante gli anni in cui scontava la pena, e che oggi racconta senza se e senza ma, quell’esperienza formativa di vita nel trovarsi attore di teatro e di cinema, per cui io l’ho conosciuto e ho voluto dedicargli queste righe, che probabilmente non gli renderanno giustizia, ma per lo meno serviranno ad aprire un sipario su come l’arte possa dirsi evasione, ma soprattutto conoscenza di sé oltre ogni nostra più lucida e critica aspettativa. Juan ha avuto la possibilità durante il suo periodo di detenzione di prendere parte al collettivo teatrale di Rebibbia, diretto dal regista teatrale Fabio Cavalli, collettivo attraverso cui i detenuti possono approcciare al teatro mettendo in scena le opere dei più famosi drammaturghi ed autori che hanno segnato la storia del teatro italiano ed internazionale: da Brecht a Pirandello, da Shakespeare a Dante, ed è proprio la messa in scena di un Paolo e Francesca visto a Rebibbia che spinge i due registi Toscani, Paolo e Vittorio Taviani, a credere che quella realtà dovesse essere raccontata, non importa come, ma meritava la luce e l’aria fuori da quelle celle.

Una realtà teatrale che Juan ci spiega essere già profondamente radicata e conosciuta da molti artisti e addetti del settore come Salemme, Gigi Proietti, solo per citare alcuni nomi, un laboratorio ai più sconosciuto, ma a chi di dovere punto di riferimento nella realtà teatrale capitolina. Così i due registi decisero di riprendere attraverso un docu-film le prove del collettivo teatrale e della messa in scena del “Giulio Cesare” di Shakespeare e di legarle attraverso un discorso cinematografico, che potesse mostrare il dialogo fra il teatro e il cinema, che per anni i due registi hanno sempre cercato attraverso opere dai forti tratti politici. L’opera che viene fuori da questa collaborazione con il collettivo teatrale di Rebibbia è: “Cesare deve morire” che vince l’Orso d’oro nel 2012 al Festival di Berlino, aggiudicandosi anche cinque David di Donatello (tra cui miglior regia e miglior film) e altri importanti riconoscimenti italiani e internazionali, e che Juan ricorda come un'esperienza unica: gli stessi detenuti non avevano idea della portata e dell’importanza che il film stesse riscuotendo fuori dalle mura, fino al giorno della telefonata ricevuta in carcere che li avvisava del riconoscimento più prestigioso. Il premio suscitò l’interesse delle autorità governative e avviò un lungo discorso preso a cuore dai Taviani sulle condizioni delle carceri italiane, attraverso una maggiore sensibilità verso una problematica che da così tanto tempo vive nel dimenticatoio di una società che si dice orgogliosamente civile e progressista, ma che come denuncia Juan ha ancora molto da imparare in termini di riabilitazione rispetto ad altre realtà di reclusione europee.

Juan è il nostro Decio, fido consigliere di Cesare, colui che tradirà Cesare con la complicità di Bruto e di tutti quelli che ormai vedevano in Cesare la deriva di una tirannia folle che il potere stava creando. In Decio, come solevano chiamarlo i Taviani anche fuori dal set, spicca un forte amore per il teatro come consapevolezza di un’arte che è “scavo psicologico, una rivisitazione dei mille modi diversi di essere di un uomo in un momento in cui tu operi una decostruzione della tua personalità come quella che avviene in carcere".  Lo studio del personaggio aiuta infatti a decostruire e a ricostruire se stessi, toccando tasti dolenti e profondi in cui viene fuori una profonda umanità, come quella sottolineata dai Taviani nelle diverse scene del film in cui più volte i detenuti si fermano per paura che il personaggio possa far rivivere sensazioni simili avvenute in passato. Non a caso la scelta del dialetto di ciascun carcerato esprime ancora il senso di verità di un'opera che possa dirsi attuale. Probabilmente i Taviani riscoprono attraverso questa rivisitazione di Shakespeare in chiave cine-teatrale la possibilità di mettere a nudo l’uomo attraverso ciò che possa dirsi vero in una società organizzata in schemi di comportamento prestabiliti, in cui ci si possa chiedere perché un individuo è portato a divergere e a rompere le norme sociali.

Perché Bruto tradisce Cesare, perché Cesare si lascia corrompere dal potere, ecco l’operazione che i Taviani tracciano. E in questo tracciare l’umanità Juan sottolinea, richiamando inconsciamente uno dei più grandi autori delle avanguardie storiche di inizio novecento, Antonin Artaud, fautore del “Corpo senza organi” e del “Teatro della crudeltà”, due considerazioni importanti che si sono impresse nella mia memoria e che ho voluto richiamare in queste righe, che in sé condannano una realtà più grande di noi che le celle non possono farci dimenticare: “l’uomo è costruito male”, una costruzione da imputare ai modelli economici e culturali posti in essere dalle moderne società capitalistiche; e “in carcere non è permesso evadere”, dove la vera evasione non è fisica ma mentale, quella profonda dello spirito che decostruendosi si riedifica diverso, migliore. Ma questo è un discorso che andrebbe approfondito in altre pagine e con altre parole, per un pubblico diverso probabilmente.

Dal mio incontro con Juan sono emerse le considerazioni che avete potuto leggere, e che ho cercato di unire in un breve racconto che potesse aprire uno squarcio in una realtà fatta di zone oscure non conosciute per paura e per diffidenza, dove l’arte possa definirsi evasione dalle gabbie costruite intorno a noi dalla società, siano esse fisiche o mentali poco importa. Juan Dario Bonetti, anche se stenta a crederlo, la sua libertà l’ha conquistata molti anni fa, salendo sul quel palco, provando l’adrenalina che oggi probabilmente gli manca, dove per la prima volta la sua anima si è fatta voce attraverso la recitazione, che gli stessi Taviani, dall’alto della loro esperienza cinematografica, ma dalla umile e profonda umanità hanno definito “sublime”, riconoscendo alprotagonista Decio una capacità interpretativa degna di definirsi tale oltre ogni pregiudizio artistico e sociale.





Back to Top