Rosaria Capacchione, l'armadio degli scheletri

Scrive di camorra da 35 anni, vive sotto scorta: intervista all'ex senatrice casertana

    di Roberto Rosano

Somiglia a mia madre, Rosaria Capacchione, ed anche un po’ a me. Lo stesso campionario di saracena meridionalità: gli occhi incappucciati, leggermente a mandorla, avvolti da un’ombra profonda, su una faccia buffa e tuttavia così seria, così malinconica e tuttavia così allegra, tanta sfacciataggine e tanto naso. È immenso il nostro naso, e gibboso, e aggressivo. Sarà un regalo di chissà quale dominazione quest’immenso naso, che è tanto italico, tanto egizio, tanto ebreo, tanto mediorientale. Ed anche il neo che abbiamo nello stesso punto, sarà un regalo degli angioini, chissà, che nel ‘700 il neo se lo mettevano in risalto con un pezzetto di seta e di velluto, per darsi un tono. La sua voce è di pasta buona. Il tono è giusto, basso, piacevole. L’accento campano corrotto dalla sua frequentazione del Lazio.

Chiude le vocali con cadenza laziale, raddoppia le consonanti come i campani, col tono dei laziali, ma con l’espressione facciale dei campani. La sua ironia, però, è tipicamente campana: diretta, evocativa e senza fronzoli. Non usa mai quel fastidioso sarcasmo che ultimamente certi italiani imitano dagli inglesi e dagli americani, dopo essersi fatti un’abbuffata della loro middlebrow. Quell’ironia vigliacca che colpisce come quel codardo di Luigi Lucheni colpì a morte la povera Sissi: con uno spillo nascosto in un mazzo di fiori. La sua ironia non è raffinata, ma nobile, leale, coraggiosa. Come nobile, leale, coraggiosa è lei, finita sotto il tiro della camorra per averla raccontata e studiata senza reticenze e che oggi vive con la scorta alle calcagna, quando non si barrica in casa e non fugge all’estero.

Dottoressa Capacchione, Lei di chi è figlia?

Di mia madre e di mio padre. Mia madre impiegata in ufficio, è andata a lavorare molto giovane in un tempo in cui le donne in certe parti d’Italia non lavoravano o, al massimo, facevano le casalinghe o le maestre. Mio padre era un agente sindacale, poi diventato il numero due di Confcooperative in Italia. Sono nata a Napoli perché il medico di mia madre stava a Napoli, ma sono di Caserta. Sono la prima di sei figli.

Caserta, anni ‘60. Lei mi dà l’idea d’essere molto riservata, non vorrei urtarla…

No, no.

Facciamo un giro nella sua infanzia? Permette?

Come no! Eh, da piccola… Ero una bambina un po’ chiusa, un po’ musona, devo dire. Adesso… No, adesso non credo. Mia nonna paterna aveva un bar fuori alla stazione, un bar dei miei bisnonni ed ora dei miei cugini. Ricordo l’incendio di una pizzeria o, forse mi sbaglio, non so bene cosa fosse… Poi ricordo dei platani. Come faccio a ricordarmi i platani non lo so! Sono stati tagliati nel ’62. Devo avere una specie di ricordo del ricordo, forse, non so. Perché poi mi pare d’avere anche il ricordo del taglio di questi alberi secolari, che stavano a Caserta. Poi, ecco, facendo ancora un giro, mi viene in mente mia nonna, quando mi portava a vedere i funghi che crescevano sotto questi platani, all’esterno di palazzo reale. Sono cresciuta lì sostanzialmente.

Chiusa e musona anche adesso?

Non sono più musona, no, e secondo me nemmeno più chiusa, però sono solitaria. Da ragazza leggevo molto, perciò mi piaceva stare un po’ per conto mio. Ero una ragazza dell’epoca mia, un po’ problematica: volevo uscire, andare al cinema, andare in discoteca, cosa non possibile, perché i miei non volevano. Allora a volte inventavo delle scuse e andavo in qualche discoteca aperta di pomeriggio o inventavo qualche assemblea scolastica per andare al cinema.

E a scuola, come se la cavava?

Bene. Non benissimo. Non avevo tutti nove e dieci, ma avevo diversi nove. Ero brava nelle cose che mi piacevano. Nelle altre cose facevo lo stretto indispensabile, eh!

Immagino, molto brava nelle materie letterarie, un po’ meno in matematica… Insomma, il cliché del letterato…

No, no, io avevo nove proprio in matematica. Ho fatto lo scientifico. Ero brava in italiano, filosofia, francese, matematica…

Insomma, era brava sostanzialmente in tutto, ma fa la modesta. (Rido). E che leggeva da piccola? Non mi dica che leggeva Piccole donne o Pattini d’argento perché per me la Capacchione…

Eh, anche quelli ho letto, invece.

Ma per me la Capacchione leggeva già in fasce Erich Maria Remarque, Hemingway… The world breaks everyone! (Serro le dita a mo‘di pistola e ci soffio sopra). Roba tosta, roba seria!

Allora, no, no, io a quindici anni ho avuto l’epatite, una malattia all’epoca… Mamma mia, misteriosa, proprio… Perciò, sono stata due mesi chiusa in camera. Ho letto tutti i libri, dal libro delle farfalle, al libro degli animali, passando per l’enciclopedia medica, i classici in edizione ridotta…

Poi all’epoca andavano tanto gli sceneggiati, tra gli anni ’50 e ’80…

A me piaceva tanto il Conte di Montecristo, solo che non si vedeva, si sentiva soltanto. Poi l’ho anche letto, eh. L’ho letto tutto, millequattrocento pagine, all’incirca!

Con quegli attori! E quelle attrici! Ehhhh, con quelle belle voci da filodrammatica! Che bellezza! Io ho meno di trent’anni, ma li ho visti quasi tutti, eh. Oggi, col web, sa… Scusi, ma i suoi inizi? Facciamo un giretto anche da quelle parti.

Ho cominciato molto bene, molto bene, con un contratto da praticante con un giornale che avevano aperto in Campania, che era una diramazione di un giornale siciliano, Il Diario, si chiamava. Mi occupavo di cronaca locale. Mi dicevano: vai a seguire il concerto, vai al consiglio comunale…Venivo dal liceo, ero al primo anno d’università, che mi potevano far fare! Però, imparai: facevo di necessità virtù. Il giornale già nell’80 aveva i computer. Ho imparato ad usare la macchina da scrivere dopo, quando sono rimasta disoccupata. All’epoca, gli articoli si correggevano a mano, questo si è fatto fino a ieri, eh, fino a vent’anni fa, almeno, eh. Si contavano le battute, perché bisognava entrare in un certo spazio. Si tagliavano le fotografie fisicamente, per farle riprodurre nello spazio previsto. E poi imparai a fare il lavoro di tipografia, l’impaginazione. Era un giornale piccolo, quindi tutti facevano tutto. Questo è stato il mio passepartout per dopo.

Ma ricorda quando ha posato per la prima volta le mani sulla tastiera per occuparsi di camorra? Come le è venuto in mente? Occuparsi di malavita non era come occuparsi di moda, di cultura o, che so io, di mondanità…

Secondo me quello rientrava nella mia mentalità scientifica. Cominciai a catalogare le fotografie dei pregiudicati che trovai nel cassetto della redazione e non sapevo assolutamente chi fossero. Le attaccavo su un “albumino”, come le figurine, e andavo dal maresciallo a farmi raccontare di chi si trattava. Mi facevo raccontare i fatterelli.

Quanti anni aveva?

(Tira una lunga boccata d’aria). Ventiquattro, eh. All’inizio scrivevo robetta, eh. I comunicati dei carabinieri… Sa, roba di quel tipo. Quanto mi infastidivano, li ho sempre odiati i comunicati stampa! È una cosa proprio… Ancora oggi li odio. Allora documentarsi non era facile come oggi che c’è internet, eh, all’epoca l’albumino era uno strumento indispensabile. L’archivio tuo, personale, non era sostituibile.

Ha ancora un suo archivio?

Certo, certo. Molto è nella mia memoria, però eh. Fortunatamente ho una buona memoria. So dove cercare le cose quando le cerco. Certo non posso portare a casa quarant’anni di lavoro.

È stata una scelta o una condizione imposta?

Cosa?

Occuparsi di camorra.

No, no. Io vivevo in una provincia dove c’erano gli omicidi, le lupare bianche, gli agguati, gli appalti. Quello succedeva e di quello ti occupavi. Però, mi piaceva. Eh, il fascino del male, sai! Io dicevo: se questi camorristi, che sono dei bufalari, riescono a fare una certa cosa, non si capisce perché io non possa capire cosa hanno intenzione di fare. Quando chiuse Il Diario agli inizi dell’81, dopo il terremoto dell’80 sostanzialmente, io andai a Latina, la mia seconda città. Lì c’era mia cugina a cui sono molto legata. La conoscenza della macchina tipografica mi ha aperto le strade. Anche al Mattino, dove ho cominciato come tutti da abusiva, pur essendo professionista, facevo delle pagine perfette. A Napoli mi adoravano perché non dovevano metterci le mani. Le foto, i testi, le misure, facevo tutto io…

Sì, però, forse non mi sono spiegato bene… Le chiedevo…

No, no le dicevo questo non a caso. Volevo farle capire che vivendo a Latina le guerre di camorra le ho viste da lontano. Non ne intuivo il pericolo, ecco, le vedevo come una cosa molto lontana. A Caserta, invece, dove c’è un altro tipo di camorra... Perché a Caserta c’era un altro tipo di camorra, eh! Questo quando ho cominciato a lavorare su Caserta lo capii subito.

Cosa capì?

(Tira il fiato). Che a Caserta c’era la mafia, non la camorra. La camorra che conoscono fuori è quella di Napoli, ma anche i magistrati che si sono formati a Napoli, che hanno studiato a Napoli, pensano che la camorra sia quella di Scampia, di Rione Traiano, Ponticelli, con tutte le dinamiche relative al traffico di droga e alle estorsioni. La mafia invece ha rapporti organici con la politica, con il potere. Altrimenti, non è mafia. Me ne sono resa conto subito, molto presto.

Da cosa se n’è resa conto?

C’erano una serie di omicidi… Perché, sa, dovevano costruire quella cosa... Eh… Vede, in queste realtà, parliamo di paesini piccoli, alla fine è facile conoscersi: si sapeva che quel sindaco… Che quell’assessore… Non erano solo sindaco e assessore, insomma. San Cipriano ha avuto come sindaco Ernesto Bardellino, fratello del capo della Nuova Famiglia, Antonio. Il sindaco fu destituito da Pertini. Di questo parliamo. Questa è mafia. Se vuoi capire come funziona Cosa Nostra, sostituisci Casalesi con Corleonesi e capisci. Usa lo stesso parametro e capisci.

Lei si occupa di camorra da… Trentanove anni?

Diciamo trentacinque.

Ecco, in questo arco di tempo, la camorra, che in fondo è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni non rimane mai uguale a sé stesso, si è evoluta? Dall’85 ad oggi è cambiata, la camorra, dottoressa Capacchione?

Non è cambiata moltissimo. È cambiata nei comportamenti, ma fino ad un certo punto. Diciamo che ha rinunciato in maniera palese all’opzione violenta, all’omicidio. Il resto è rimasto. Hanno capito che la grande depressione che c’è stata nel 2008-2009 è stata conseguenza delle stragi, eh.

Ma dal punto di vista militare la camorra è stata annientata?

No! Perché è difficile sostituire, se vogliamo continuare ad usare un riferimento siciliano, Totò Riina, un uomo di quel tipo è difficile da sostituire, ma di Setola invece ne troviamo quanti ne vogliamo. Persone che con la violenza delle armi tentano la scalata approfittando del vuoto dei grandi capi, che non ci sono, sono detenuti o sono morti, è più facile. Non ci vuole particolare intelligenza per usare un’arma ed organizzare una strage.

Il braccio armato della camorra, quindi, potrebbe ricostituirsi con uno schiocco di dita?

Non solo, ma tutti quelli che sono stati arrestati dieci anni fa, in seguito a quel tipo di interventi, che poi hanno scontato condanne per estorsione sostanzialmente, stanno uscendo, uno alla volta, e sono tutte persone che non hanno soldi e che conoscono un solo modo per farli.

Insomma, l’esercito della camorra è eterno, come l’araba fenice, post fata resurgo! Dopo la morte, torno a rialzarmi.

E sa perché? Perché non si è approfittato della Grande Depressione per riempire i vuoti con cose buone. Hanno lasciato la disoccupazione, l’inefficienza dei servizi sociosanitari, i bisogni dei cittadini non sono stati soddisfatti, quindi non hanno eliminato alla base l’esigenza del chiedere una protezione differente. 

Insomma, sono rimaste le cause del fenomeno.

Sì. Nell’aria interessata di Casale, San Cipriano e dintorni ci sono 150 persone, che sono tra i domiciliari e gli obblighi, con un giro di almeno altri 500, come dire…

Prossimi…

Ecco, se prendiamo anche parenti, amici… Sono persone che non rispondono di omicidio, ma di reati come l’estorsione, quindi escono, prima o poi escono. C’è un esercito che può ricostituirsi. Non so se vuole, ma può.

Si è fatta un’idea del livello di diffusione della “morbosità camorristica”?

Negli anni ho maturato questa convinzione: la camorra è stata come un’epidemia di peste. È entrata in tutte le case. In quei paesi lì, dove sono tutti parenti, non ci sono famiglie che sono fuori, famiglie! Quindi, il lavoro che andava fatto in questi dieci anni di depressione della camorra doveva essere di recupero integrale. Bisognava recuperare quelle famiglie in cui c’è un figlio, un fratello, un padre che ha fatto un’altra scelta. Cioè il livello di compromissione non coinvolge solo la manovalanza, ci sono imprenditori, professionisti, che vengono da famiglie per bene. Bisognava separare le famiglie da loro.

Rimanendo sulla metafora epidemiologica, diciamo che oggi la mafiosità è una pandemia, ha superato i confini regionali e nazionali e ciascuno di noi, chi più e chi meno, potrebbe essere un… serbatoio indipendente del virus mafioso! 

Diciamo che nel nostro Paese c’è una certa, come dire, disinvoltura di comportamenti soprattutto nella pubblica amministrazione. Si usano scorciatoie per arrivare ad un obiettivo. Questo tu non lo recuperi facilmente. È una mentalità diffusa. Quando vengono arrestate certe persone io tiro un sospiro di sollievo, ma poi mi aspetto che qualcuno cominci a lavorare sulle cause. Se mio figlio ha bisogno di cure e non c’è posto in ospedale, prima sapevo dove andare (la prima persona è esemplificativa), adesso mio figlio muore ed un posto non lo trovo, non so dove andare. Le ho fatto un esempio banale, ma il meccanismo è sempre quello. Ha presente Graham Green, Il fattore umano? Quello che si vende al nemico perché il figlio sta male ed ha bisogno della medicina? In certe zone questa cosa è diffusissima perché il servizio sanitario funziona male. Ora io sono una professionista, ho conoscenze, in qualche modo la risolvo, ma il poveraccio, il muratore, il disoccupato che fa? Va dal parroco, va dal vicino di casa, che magari è una brava persona e che chiederà al suo parente e questo parente chi è? A chi chiede a sua volta? Tu, Stato, mi devi mettere in condizione di non chiedere quello che mi spetta. Io lo chiedo al mio amico professionista, ma il poveraccio va da quello che gli è più prossimo e questo chiederà a qualcun altro che gli è prossimo e quest’ultimo …

Di chi è a sua volta prossimo?

Eh! Eh! Capisce che pur avendo buone intenzioni si può finire lì, anche senza saperlo o volerlo…

Oggi, detto tra noi, non esiste più il mafioso archetipico, il vecchio con la coppola storta, la lupara… È​ emersa  una vera e propria, come dire: borghesia mafiosa. Ecco, è molto difficile scriverne, riconoscerla?

Sì, molto, perché oggi i mafiosi sono uguali a noi. Sono il nostro mondo, sono del nostro mondo. Io questo lo scrissi dopo il processo a Santonastaso. L’avvocato Santonastaso era mio compagno di scuola, non di classe, di scuola, casertano come me. Eravamo vicini, porta a porta. Al liceo ci conoscevamo tutti, all’epoca le scuole erano molto movimentate. È complicato riconoscerli, perché abbiamo fatto un percorso in comune fino ad un certo punto, quindi devi accettare un tradimento. Non è facile.

Il pentimento di Antonio Iovine è stato molto prezioso. Ha fatto emergere certe collusioni tra i clan e la società civile. Iovine ha puntato il dito contro la società civile, contro quelli che non sparano e che quindi non accettano la patente della mafiosità. Lei, dottoressa Capacchione, ha parlato di difesa di casta da parte della borghesia…

Santonastaso secondo le sentenze era un camorrista che fa l’avvocato o un avvocato che fa il camorrista. È facile. Non è un ruolo inedito. Anche nel Padrino c’è Tom Hagen, l’avvocato di famiglia dei Corleone. Quella dell’avvocato di famiglia è una figura nota…

Una volta avevo sentito dire a Don Corleone: un avvocato con la borsa può rubare più di cento uomini con la rivoltella…

Ecco. Niente di nuovo, di Tom Hagen ce ne sono stati e ce ne saranno ancora, non abbiamo scoperto niente di nuovo, però c’è un altro genere di personaggio che dovrebbe metterci in allerta … Quello che vuole fare il primario anche se non gli tocca, perché c’è già qualcuno prima di lui, a torto o ragione, e quindi decide di prendere la scorciatoia. Chi guarda da fuori accetta, giustifica, perché pensa che solo così si possa arrivare ed è disposto a fare lo stesso se ne avrà l’occasione, perché è così, perché funziona così, sennò non arrivi. Io parlo spesso di sanità perché è l’esempio più calzante: quella di Caserta è stata l’unica azienda sanitaria ad essere sciolta per infiltrazione camorristica. L’ospedale era controllato dalla famiglia Zagaria. La mia domanda è: tutte le persone che giravano nell’orbita di quell’amministrazione compromessa ne erano consapevoli? E fino a che punto? E gli altri? I colleghi? Che dovevano fare? Gridare allo scandalo, far finta di essere indignati quando fino ad un momento prima avevano invidiato i furbi e sarebbero stati disposti ad arrivare agli stessi obiettivi con lo stesso sistema, riconoscendo una dignità a quel sistema? E quando ti accorgi che chi dovrebbe combattere quel sistema, ovvero la politica, siede allo stesso tavolo insieme allo strano figuro che non si capisce bene chi sia e cosa voglia... È difficile che quella categoria attacchi il collega, eh! Perciò parlavo di difesa di casta. C’è un tavolo e al tavolo è seduto…

La guardia e il ladro! Sentendola parlare mi sono venute in mente due cose: Platone quando scrive che i custodi dello Stato devono guardarsi dall’ubriachezza per non avere essi stessi bisogno di essere sorvegliati. E i custodi dello Stato oggi sono, non di rado, ubriachi, ubriachi di potere, di danaro. E mi è venuta in mente anche La lettera rubata di Poe: gli oggetti meglio nascosti sono quelli messi bene in evidenza in mezzo ad altri simili. Insomma, è tutto sotto il nostro naso, perché in questo Paese esiste ancora la mafia?

Perché non si cerca, non si vuole cercare e perché non si interviene sui bisogni, sui bisogni veri.

Prima abbiamo parlato dell’esercito della camorra, poi della borghesia camorristica, dei professionisti, degli avvocati, dei burgenses della camorra. Ma c’è anche la camorra che intraprende, la camorra che fa affari, quello che Lei, in un’inchiesta del 2008, definisce: l’Oro della camorra… A proposito, come vanno oggi i loro affari?

Questa è una bella domanda, alla quale non so dare una risposta. Gli affari hanno bisogno del lavoro, il lavoro non c’è, non c’è per nessuno: l’edilizia è ferma, i lavori pubblici sono fermi… Dovrei dire delle sciocchezze, non lo so.

In un articolo parlava di un tesoretto della camorra, che potrebbe essere innestato nell’economia in ogni momento…

Io credo ci siano risorse, soldi, proprio banconote che non sono state mai trovate. Questa gente io dico la spesa la va a fa’ no? E con quali soldi? E dove stanno? Dove vanno a prenderli? Nessuno ha mai cercato veramente.

A proposito di tesoretti e di innesti… Cos’è Pitești, dottoressa? E chi è Nicola Inquieto?

Sì, Nicola Inquieto arriva in Romania, a Pitești, per conto della famiglia Schiavone, per fare affari, portando le bufale lì. Mi risulta abbiano acquistato moltissime aziende a nord di Bucarest. Stanno lì, fanno gli imprenditori.

Lei ha definito Pitești la New Casapesenna …

Eh sì, stanno tutti lì, si sono fatti pure scoprire. So’ proprio polli. (Ride). Perché poi hanno cominciato a comprare macchine, ville con la piscina, insomma si fanno notare no!

Questo signore è stato arrestato, poi scarcerato…

Sì poi è stato estradato, ma era un’estradizione a tempo, per sei mesi…

Quindi alla fine dei sei mesi tornerà lì…

E certo e là rimane! Può restarci per quello che mi riguarda.

Ho dato un’occhiata alla sua scheda da senatrice e devo farle i complimenti perché Lei ha avuto, nella scorsa legislatura, il 94, 17% di presenze alle votazioni. E quando non c’era, in massima parte, era in missione per conto della Commissione antimafia.

Sì. Vero.

E questo è degno d’encomio. Però, ho dato anche un’occhiata alle cose che ha votato e sono rimasto un po’ stranito, certe volte… Perché ha votato contro le mozioni di sfiducia al ministro Alfano o al ministro Lotti?

Io sono stata seduta in quell’aula per cinque anni, osservando, e non mi piacciono le cose pretestuose. Dice: va beh ma quelli sono i giochi della politica! A me non piacciono i giochi della politica. Allora, la mozione di sfiducia individuale non si fa quasi mai, non fa parte del costume della Repubblica Italiana. Fare il tiro al piccione contro uno non mi piace…

Se si fosse trovata di fronte Nick O’ mericano, Nicola Cosentino, nel PdL, che all’epoca sosteneva il governo a trazione PD, di cui Lei faceva parte...?

Gli avrei votato contro logicamente. Ci sono diverse votazioni che io ho fatto contro le indicazioni del gruppo, ci sono votazioni singole, delle volte mi sono astenuta…

Per esempio, al famoso “canguro”, che è quella tattica che permette di accorpare gli emendamenti simili per evitare l’ostruzionismo dell’opposizione ad una legge, non era presente. Era casuale?

Ero presente, ma risulto assente perché non ho votato. Non lo condividevo.

E perché ha votato contro la sospensione del programma F35 su proposta di SEL?

Fu una cosa concordata, per la verità. Abbiamo votato diverse volte sugli F35. Noi votammo successivamente una mozione che andava in quella direzione. Ho votato contro quella di SEL, a favore della nostra e all’altra non ho votato proprio. Penso anch’io che quei soldi si possano spendere meglio.

Ho trovato un suo bellissimo articolo che si chiama Il ritorno delle lucciole, che fa il verso a Pasolini. In quell’articolo parlava di una passeggiata a Casal di Principe…

Con Renato, sì. Sì, ho trovato un’altra aria. Mi è sembrato un paese quasi normale. Ho pensato ad altro. Mi sono sentita a mio agio, incredibilmente. Il wifi free in Piazza Villa, ad esempio. In un luogo del genere è importantissimo, vuol dire che non hanno più paura delle intercettazioni, perché quello è un paese dove al telefono non si dicevano neanche buongiorno.

Arlacchi e Dalla Chiesa, grandi studiosi del fenomeno mafioso, hanno attinto riflessioni a piene mani da I sommersi e i salvati di Primo Levi, in cui si sostiene che nei lager a sopravvivere erano i peggiori, gli arrivisti, i violenti, le spie, quelli che abitavano la zona grigia. Nella terra delle mafie un sindaco può sopravvivere senza far parte di quella zona grigia?

Sì, è difficile però. Ci deve mettere molto del suo, quel sindaco, anche la vita, anche la reputazione, ma è possibile.

Che ne pensa di Gomorra - La serie?

Non mi piace. Io riconosco a Gomorra, il libro, di essere riuscito dove io ho mancato: l’opera non è un Dostoevskij, però non c’entra. Sarà che a me non raccontava nulla di nuovo, non c’era neanche una virgola che io non sapessi, perciò la mia lettura era differente, però è riuscita dove io ho mancato: è riuscita a far conoscere un fenomeno in tutto il mondo. Anche perché se non fosse stato per Roberto Saviano e per Gomorra io sarei morta, eh! Però, non mi piacciono le serie, non mi piace il genere. Io sono una che legge, a casa non ho il televisore, per esempio. Poi ho una mia teoria: il cinema questi temi li tratta in un lasso di tempo limitato, due tre ore al massimo, ed è tutto finito. Dopo tre ore e mezza sai come va a finire: normalmente i protagonisti muoiono. Scarface finisce come finisce. Nelle serie sta brutta fine la fai dopo venti puntate oppure la fai nel ciclo successivo o nell’altro ancora. Quindi si ha troppo tempo per entrare in empatia coi personaggi negativi, per farsi affascinare.

Perché non è stata ricandidata dal Pd?

Ci siamo reciprocamente ignorati. Io non li ho cercati e loro pure.

Se lo aspettava?

Eh! (Silenzio ininterrotto di circa otto secondi). Su certi temi non eravamo proprio in sintonia. (Silenzio di circa sei secondi). Diciamo che il PD non era proprio quello per cui avevo accettato la candidatura.

Si è dovuta spesso “turare il naso” e votare cose che non voleva per lealtà al gruppo?

Dietro le non partecipazioni alle votazioni ci sono tante piccole cose. (Silenzio di circa sette secondi). Io sono una persona che gli impegni li mantiene. Io potevo uscire dal gruppo e dichiararmi indipendente e votare come mi pareva, certo non ti voto contro per una questione di lealtà. Non ho mai fatto storie, mai fatto casino, mai detto niente. In Commissione le cose che non condividevo non le ho votate, perché il voto in Commissione non si conosce, si conosce solamente quando, per qualche ragione, la maggioranza va sotto. Però, quando la maggioranza non va sotto, nessuno lo sa cosa è successo in commissione. Io ad esempio non ho votato nessun aumento di pene.

Stando in politica, si è resa conto di quanto sia grande “l’armadio degli scheletri” nel nostro paese?

No, si vede meglio da fuori. Eh, sì. Perché io facevo vita di aula, non li frequentavo molto. Non ho fatto la politica dei salotti o dei caminetti. Da fuori, da cronista vedi molto di più. Poi io stavo in Commissione Giustizia ed in Commissione Antimafia, non stavo dove c’era la roba quella lì che poteva farmi aprire gli occhi. Quando arrivava in Commissione era già tutto fatto, non avevo il tempo di approfondire gli altri dossier, perché già avevo i miei.

In questo momento la Regione Campania è in buone mani?

(Silenzio di circa cinque secondi). Qui passo.

Passa?

Passo. Passo. È passato troppo poco tempo, qualcuno la può prendere come una rivalsa contro il PD, non mi va di rispondere sulla politica perché non… Non mi interessa, non mi interessa continuarla. Però non vorrei che mi si fraintendesse …

Mettiamola così: Vincenzo De Luca Le piace?

Non lo conosco. Ci avrò parlato una volta e mezza, ma così! Non mi piace lo stile, poi magari sarà un bravo amministratore, però quelli che strillano non sono nelle mie corde, nessuno che strilla mi piace, di qualunque partito o schieramento. 

Che vuol dire vivere sotto scorta?

Torniamo ai nostri discorsi su Rosaria Capacchione bambina, la bambina musona, che parlavo poco e leggeva tanto… Quella bambina con pochissimi amici, pochi, pochi. Avevo questo piccolo mondo, avevo poco di mio… E quel poco di mio adesso lo devo condividere anche quando non ne ho voglia. Com’è? È bello?

E come fa fronte la bambina musona, che parla poco e legge tanto, a… tutto questo?

Niente, che devo fare… Quando riesco, me ne sto a casa e basta. Quando posso me ne vado all’estero… E questo è tutto. Quando ero una persona libera camminavo moltissimo a piedi. Uscivo da casa, andavo in redazione, tutto a piedi. Quasi sempre. Mi facevo tre chilometri a piedi. Ero arrivata quasi a metà, quando ricevo una chiamata. Mi dissero: dove sei? Dico: sto andando al giornale, perché? Dice: no perché il comitato ti ha assegnato la scorta. Dico: sì, ma arriverò al giornale tra un’oretta. Era una bugia: mi sono fatto un bel giro della città ed è stata l’ultima volta che ho camminato da sola. Non camminare più da sola, mi pesa. Sembra una sciocchezza se sei libera di farlo. Che so: guardare una vetrina, fermarsi a parlare con la fruttivendola… Mi mancano le passeggiate da sola, assai proprio.





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