Quell'antidoto alla grande bruttezza

Come la bellezza può tornare ad essere uno strumento potente

    di Gianluca J.L. Giadima

Giuro che vi restituirò Atene più bella di come me l'avete consegnata! Questo era il solenne giuramento cui ciascuno dei neoeletti al Consiglio dei 400 (la Bulè - 500 a.C.) era sottoposto nell'antica Grecia. Un buono spunto per la politica e la condotta dei nostri tempi. Un'epoca, un po' troppo lunga, in cui alla bruttura, prima interiore e poi estetica, propinata dall'eccesso di falsi maestri – tronisti, calciatori e nuovi potenti – che la fanno da padrone nel conio della “nuova bellezza”, la flebile retroguardia delle cose belle, di quelle che lo sono perché armoniche, sembra non riuscire ad opporre un giusto e motivato contrattacco. Ma allora, come gestire l'eterna guerriglia tra Bellezza e Bruttezza? E poi chi sarà mai a definire cosa è bello e cosa è brutto, spostando confine e ago della bilancia di qua o di la? Se domandate un'idea personale, e poi una oggettiva, di questi due governi dei sensi, ad un componente della famigerata famiglia di “uomini e donne e variogenere” contemporanei, ad un curatore museale, ad un'anziana donna dal passato più o meno glorioso e ad una bambina che si appresta alla vita, o ad un infermiere abituato alla crudezza del primo soccorso, molti mondi vi appariranno dissonanti per lingua, contenuti e forme, tanto che non vi sarà possibile definire una geografia comune a questi temi, che spesso impropriamente paiono semplici.

Ebbene, una mappa universale della Bellezza, che per antitesi definisca la Bruttezza, non esiste, salvo sparute sacche di oggettività atemporali. E quindi la bellezza diventa giunonica o filiforme, razionalista o minimalista, colorata o monocromatica a seconda di chi, meglio e più forte degli altri, marca il territorio come un quadrupede maschio in affermazione continua del proprio sé. E nella superficie, Bello diventa quel canone che per nuova convenzione, alla vista o all’udito, dà un’impressione esteticamente gradevole. Ma cosa si può fare per entrare nella profondità del tema, pur restando in punta di piedi, per non perdere connessioni col mondo che va? Come dirimere la questione alla stregua di un giudice massimo di Cassazione? Si può e si deve andare ai grandi pilastri classici. Alla radice prodotta da un seme. Perché badate, è il seme che produce la radice, e solo lasciando via libera alle sostanze nutritive, la radice nutre il seme, permettendo alla vita di germogliargli dentro, per poi svettare verso alte mete. Ripercorrendo i vistosi rami e l'articolato fusto bi-ceppo, bellezza bruttezza, addentriamoci nella fenditura del tronco per vederci dentro, oltre la corteccia delle nostre confuse convinzioni. Etimologia, semantica, semiotica, antropologia lessicale e filosofia del linguaggio, ci aiuteranno a scandagliare i fondali. Il Bello – che deriva dal latino bĕllus ”carino grazioso” a sua volta derivante da due- nŭlus, diminutivo di duenos, forma antica di bonus – è una categoria dell'estetica che fin dall'antichità ha rappresentato uno dei tre generi supremi di valori, assieme al Vero e al Bene. Platone fu a codificarne i confini, che rimasero sostanzialmente fermi e validi fino al '700, quando si incominciò a capire che anche il "brutto" è una categoria dell'estetica di cui tener conto, e da relazionare dialetticamente al "bello".

Greci e Romani formularono la teoria secondo la quale ciò che è bello si caratterizza per possedere la bellezza. E la bellezza sta nella proporzione e nella appropriata disposizione delle parti. Per il bello visibile, si usò simmetria, per il bello udibile, armonia. Un impianto logico già dei Pitagorici, che successivamente integrato da teorie supplementari e riserve, entrò in crisi nel corso del XVIII secolo, cadendo dopo oltre due millenni, minato dall'empirismo filosofico, e dagli influssi dell'Illuminismo e del Romanticismo. La disputa aveva cambiato fronte. Ora ci si domandava se, quando si indica come bello un oggetto, gli si riconosca una proprietà che effettivamente possiede o meno. Un salto dal fuori oggettivistico, al dentro soggettivo che ci ha condotti fino ad oggi a non capire come orientarci nella ricerca di una rigorosa definizione del termine estetico bello.

Oggi, dopo millenni di evoluzione, dovremmo aver il coraggio di affermare a noi stessi un concetto semplice. Bello non è quel senso destato nell'animo solo attraverso i sensi della vista o dell’udito, che danno un’impressione esteticamente gradevole, e non è neanche una questione puramente soggettiva. Un pantalone marchiato, a prescindere dal suo contenuto, dall'arroganza del linguaggio e dalla messaggio che porta, non è bello. Bello è un poliedro sfaccettato in equilibrio armonico, variabile, musicale e gentile, che rende speciale anche un capo banale, accompagnando il portatore ad una meta serena, piacevole, lieta, pura, calma, luminosa, felice, gentile, nobile, lodevole, conveniente, opportuna, corretta, garbata, ammirevole, e propizia. Un concetto lato, che porta in sé un tema natale, forse divino, che geneticamente equivale a Buono. Il contrappasso genera il Brutto. 

Noi popoli d'oggi, a partire dalla straordinaria “generazione Z” abbiamo un dovere morale: capire, riconoscere ed appropriarci della bellezza vera. Perché questo strumento straordinario, che è un concetto altissimo, è l'antidoto magico, alla portata di tutti, contro quella Bruttura che demolisce ed impoverisce. Mettiamo fiori sui balconcini ed un sorriso dentro al cuore, pronti ad accogliere chi passa per un caffè o una chiacchierata. Apriamo l'apparenza al contenuto, senza violare i valori. Solo così la Bellezza tornerà ad essere uno strumento potente. Certo, noi soldati della bellezza resteremo gocce controvento nella pioggia che corre, spinta dal vento, ma tante gocce tutte insieme fanno il mare.





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