Calcio, religione e mito

Un Angel Di Maria all??inseguimento del pallone d??oro

    di Alberto Medici

Rosario, Argentina.

Siamo alla fine degli anni ’80. Il paese ha da poco vinto una straordinaria coppa del mondo a Messico 1986 con un Maradona protagonista assoluto e ancora non sa che sfiorerà l’impresa anche a Italia 1990.

Ma l’Argentina in toto, e soprattutto la città di Rosario (300km a nord di Buenos Aires), soprattutto ancora non sa che in quello stesso momento stanno venendo al mondo due bambini che nel 2014 (quasi) replicheranno le gesta del grande Diego.

Il primo, vabbè, lo conosciamo tutti.

Quattro palloni d’oro. Miglior giocatore del mondiale 2014. Leggenda assoluta del Barcelona. Miglior giocatore del mondo per molti anni a detta di tutti. Più volte scarpa d’oro.

Lionel “la pulga” Messi, nasce infatti a Rosario il 24 giugno 1987.

Tuttavia nella stessa città poco più di sei mesi dopo (il 14 febbraio 1988 per essere precisi) nascerà un altro maschietto, che pure lui saprà dire “più che la sua” nel mondo del calcio.

Ha un’attività, un’energia, una vitalità inusuale per un bambino (che già i bambini non è che siano proprio tranquilli): non sta mai fermo.

Tanto è vero che un dottore consiglia ai genitori di iscriverlo alla scuola calcio a soli 3 anni.

Un’altra peculiarità: è magrissimo.

“El fideo” lo chiamano in effetti. Lo “spaghetto”.

I suoi genitori sono Miguel Di María and Diana Hernández de Di María, che in ossequio alle loro credenze religiose chiamano il loro figlioletto Angel.

Angel Di Maria.

L’uomo più controverso dell’estate.

Il suo passaggio dal Real allo United ha infatti destato molto scalpore.

Sia per le polemiche con l’ex presidente Perez, sia per la cifra finale del trasferimento.

C’è chi dice 55, chi 60, oppure 70. Alcuni dicono addirittura 75 milioni.

Non si sa bene alla fine quanto è stato pagato Di Maria.

Conta il fatto che, nelle prime cinque uscite in Premier League, l’argentino ha siglato 3 reti, fornito diversi assist e dato un’impressione generale di dominanza assoluta.

Se il signor Cristiano Ronaldo (non proprio l’ultimo arrivato) si è pubblicamente schierato contro la cessione del ragazzo di Rosario, un motivo ci sarà.

Non si vendono le star, non si vende chi cambia le partite.

Nemmeno se sei il Real Madrid, nemmeno se hai una rosa piena di campioni.

Ronaldo sa, Di Maria ha qualcosa in più.

Ha la scintilla che cambia il corso alle partite, cambia il vento all’incontro, cambia l’inerzia del match. In sostanza domina nella zona nevralgica del gioco: la metà campo.

Lo trovi in difesa a chiudere, a metà campo a impostare e poi a inserirsi con costanza, sfornando cross e assist in quantità e non disdegnando nemmeno conclusioni a rete.

Di Maria tuttofare insomma.

Sempre con qualità, personalità, cattiveria e quel pizzico di sfrontatezza che non manca mai in un latino, un argentino purosangue (anche se di passaporto italiano, viste le chiare origini).

L’unico (e neanche piccolo) rimpianto della stagione è la finale mondiale.

Di Maria, dopo aver segnato alla Svizzera negli ottavi al 118’, si fa male ai quarti col Belgio ed è costretto a saltare semifinale e finale. Chissà cosa sarebbe successo contro i tedeschi se…

Non si può mai dire, e con i se e coi ma non si è mai fatta la storia.

Inizio settembre.

C’è il re-match della finale mondiale. Si gioca a casa dei tedeschi.

Di Maria questa volta c’è.

L’impatto è netto, devastante: dopo 60’ Germania – Argentina sta sul punteggio di 0-4.

Tre assist, un goal. “Effetto Di Maria”?

“Ma noi non ci siamo impegnati come nella finale mondiale”.

“Era una festa, il risultato contava ben poco”.

“Siamo indietro di condizione, non c’è nemmeno poi la pressione psicologica dell’evento”.

Queste le dichiarazioni dei tedeschi, un classico di chi perde, lasciano un po’ il tempo che trovano, perché perdere non fa mai piacere, soprattutto per 4-0, in casa tua, e in quella che in teoria doveva essere celebrazione del Deutschland uber alles. Infatti il pubblico fischia.

I rimpianti aumentano.

Chissà quella finale…

Chissà se ci fosse stato anche lui…

Chissà il pallone d’oro.





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