Palazzo Carafa della Spina

Viaggio nella storia e negli aneddoti dell'edificio di via Benedetto Croce

    di Ignazio Soriano

Costruito tra il 1598 e il 1603 su disegno dell’architetto Domenico Fontana, lo storico Palazzo Carafa della Spina su via Benedetto Croce (che fu “strada di Nido”, poi via della Trinità Maggiore), fu eretto sulle macerie di una precedente proprietà con giardino che i Carafa acquistarono a Spaccanapoli nel XVI secolo dal principe di Caserta.

Innumerevoli le personalità e gli “eroi” che sono nati e hanno vissuto nel palazzo: dal matrimonio tra il principe Giacomo Carafa e Diana Vittori, nipote di Papa Paolo V (Camillo Borghese) nacquero infatti undici figli, otto maschi e tre femmine, che si distinsero nella storia in quanto principi e cardinali, santi e cavalieri, vescovi e arcivescovi, maestri, priori e generali di Malta.

Meno conosciuto col nome di “Palazzo di Fabrizio Carafa principe di Butera e Roccella”, dal nome del principe che sposò Agata Branciforte, figlia del principe di Butera in Sicilia, la proprietà giunse sul finire del secolo in eredità a don Carlo Carafa della Spina, unico figlio rimastogli in vita.

Si racconta che i Carafa presero il nome “della Spina” durante un torneo presieduto da Carlo d’Angiò durante il quale due cavalieri della famiglia, accortisi del disappunto del re per l’eccessiva somiglianza del loro stemma a quello della casa d’Ungheria della regina Maria, conficcarono delle spine nei loro scudi.

Al Settecento risale il rifacimento in stile barocco su progetto di Martino Buonocore che andò a modificare la prima struttura del palazzo, con l’aggiunta del magnifico portale in piperno, caratterizzato da due statue di satiri-telamoni che a mo’ di cariatidi, appoggiati sulle ampie volute del capitello marcapiano, oltre a completare il timpano spezzato, sorreggono il balcone centrale del primo piano, sotto al quale spicca lo stemma di marmo del ramo di casa Carafa.

Questo vero e proprio “boccascena” si sviluppa tra due pilastri modanati con mascheroni in altorilievo, alla cui base campeggiano due mostri marmorei dalla testa leonina, probabilmente ricavati da ritrovamenti di colonne romane nella zona, e ripetuti anche ai piedi della scala principale, che a quel tempo venivano usati come spegni torce. Due portali minori ben decorati sono inoltre presenti nel vestibolo.

All’epoca dell’ampio restauro del 1818 il palazzo doveva far parte di un complesso di più edifici appartenuti ai Carafa: della struttura primitiva resta testimonianza nel muro bugnato di 12 metri e nelle finestre Settecentesche che si aprono sul retro e sul fianco.





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