Lacrime da capitano

La strana partita di Paolo Cannavaro

    di Roberto Bratti

Entri in campo con il viso contratto e il cuore che quasi esce dal petto. La maglia che indossi è verde e nera ma i tuoi occhi restano azzurri, come il colore del tuo cuore. Durante il riscaldamento non puoi fare a meno di alzare lo sguardo in direzione dei tuoi tifosi che ti acclamano. Oggi più che in qualsiasi altra occasione in cui sei stato una cosa sola con la fascia che portavi al braccio.

Provi a ricacciare indietro una lacrima che scende bastarda e si mischia ai ricordi indelebili di sette anni e mezzo di Napoli. La tua squadra, la tua città, la tua pelle.

Respiri profondamente quando te li vedi sfilare davanti ad uno ad uno. Una stretta di mano, una pacca sulle spalle, un sorriso forzato. Sei stato uno di loro fino a due settimane fa, ti senti ancora uno di loro, ma lo spettacolo continua e c’è una partita da giocare.

E allora ti piazzi al centro della difesa a tre, il tuo habitat naturale, e aspetti il fischio di inizio.

Le gambe sono lì, ma la testa vaga ad una sera lontana di agosto in cui, in un San Paolo gremito, sfoderi una rovesciata da sogno che elimina la Juve dalla Coppa Italia. Quell’urlo non lo dimenticherai mai più, insieme alla festa di Marassi per la promozione in serie A, i brividi della Champions League, il tap in contro il Catania del tuo primo gol in azzurro. E ancora la sera del 20 maggio, quella Coppa Italia voluta, conquistata e festeggiata neanche fosse una Champions.

Ma oggi è difficile. Lo sai, lo hai sempre saputo, dal giorno in cui hai accettato di andare via per giocare e rimetterti in discussione.

E’ un destino beffardo quello che devi affrontare. Si gioca quattro giorni dopo l’impresa contro la Roma, quella stessa Roma che ha di fatto chiuso la tua carriera in azzurro. Due errori che non ti sono mai stati perdonati, che ti hanno tenuto sveglio intere nottate, che ti hanno tolto il sorriso.

E il destino è ancora più bastardo quando, al minuto 55, ti fa trovare di fronte il tuo amico Lorenzo.

E’ un’azione veloce, con Hamsik che scarica sulla sinistra e Insigne che ti punta dalla sua mattonella preferita. Lo hai visto crescere, Lorenzo. Lo hai consigliato, stimolato, protetto. Gliel’hai spiegato che a Napoli per un napoletano non sarà mai facile, che non ti viene perdonato nulla, che devi sempre essere perfetto.

Ma intanto Lorenzo è lì, ad un metro da te, che finge di rientrare a sinistra e poi si accentra come sempre. Quante volte te lo sei trovato davanti in allenamento, quante volte ha provato questa giocata che non gli è mai riuscita in maglia azzurra. E invece stavolta il tiro, quel tiro che Lorenzo prova da sempre per imitare il suo idolo Del Piero, ha i giri giusti. Il pallone atterra imparabile nell’angolino alla sinistra di Pegolo.

Ti viene quasi da sorridere mentre lo guardi correre con le braccia in aria a liberare tutta la sua gioia. Ripensi ai fischi che ha subito solo qualche settimana fa e ti tornano in mente le contestazioni e le critiche che hai affrontato in sette anni e mezzo di Napoli.

Allora a fine partita, dopo aver salutato tutti con un groppo alla gola, avvicini Lorenzo, e ti scambi la maglia con lui.

Un sorriso, una battuta e un ultimo consiglio.

Bravo Lorenzo, ma stai attento.

Napoli non è facile per i napoletani.

Non è facile.





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